Avvertenze per l’emigrante italiano: un nuovo sguardo sul fenomeno

Un vademecum del 1923, contenente un serie di consigli di comportamento, ribalta completamente il punto di vista sull’emigrazione: non solo un “viaggio della speranza”, ma anche l’abbandono pieno di dubbi della propria terra.

Quando si parla di emigrazione, le tematiche e i punti di vista tendono a ripetersi costantemente.  “Il viaggio della speranza” è sicuramente uno degli appellativi più utilizzati. Tuttavia, come spesso accade, le prospettive possibili per osservare e analizzare un fenomeno sono molteplici; spesso anche discordanti tra loro, in grado di rinnovare la narrazione su di esso. Ecco, dunque, che un piccolo documento con quasi cento anni alle spalle, può mettere in luce una parte della questione spesso in ombra nelle discussioni sull’argomento.

Datato 1923, Avvertenze per l’emigrante italiano è un piccolo vademecum di 16 pagine. Il titolo è abbastanza esplicativo: si tratta di una serie di consigli per gli abitanti della penisola, prossimi ad abbandonare l’Italia. Eppure, vi è anche di più, un qualcosa di più profondo che cambia le carte in tavola. In queste poche pagine, infatti, il concetto di speranza, di ricerca di un futuro migliore è completamente assente, lasciando spazio al senso di abbandono, ai timori per il distaccamento dal luogo natìo.

Ovviamente, va anche considerato il periodo storico al quale esso appartiene. A cavallo delle due guerre mondiali, l’ideale nazionalista, alimentato ulteriormente dall’ascesa del Fascismo, non poteva che guardare con sospetto all’abbandono del proprio paese. In ogni caso, questo breviario di suggerimenti e moniti per l’emigrante non perde minimamente la sua forza, anzi, rafforza ancor di più la sua potenza rappresentativa di un periodo storico innegabilmente segnante per la storia italiana.

Per capire veramente la natura di tale documento, però, bisogna partire dalla fine. L’ultima sezione del volumetto, infatti, riassume perfettamente lo spirito con il quale esso è stato scritto; in poche righe realizza una fotografia magistrale della società dell’epoca e di come era visto, almeno pubblicamente, il fenomeno migratorio. Il titolo dice tutto: Il sentimento d’italianità.

L’emigrante non deve mai dimenticare di essere italiano; non deve mai dimenticare le sue origini, le sue tradizioni

Le parole all’interno di questo capitoletto finale non lasciano spazio a interpretazioni: l’emigrante non deve mai dimenticare di essere italiano; non deve mai dimenticare le sue origini, le sue tradizioni; e, ovviamente, non deve mai dimenticare la lingua italiana, l’elemento che più di tutti continuerà a legarlo indissolubilmente alla sua Patria (sempre scritta con l’iniziale maiuscola). La frase finale, sottolineata da una cornice e stampata in caratteri maiuscoli, è la perfetta sintesi: “VIVA L’ITALIA, SEMPRE”.

È questo lo spirito che pervade l’intero libriccino: l’Italia deve sempre rimanere la stella polare dell’emigrante. Lo si vede bene anche all’inizio dell’opera, nella prima pagina, che anticipa i consigli utili per il viaggiatore. Incorniciate più nettamente, e stampate a caratteri più marcati e di grandezza maggiore rispetto al resto, troneggiano frasi come: “Lasciare il proprio paese per andare a lavorare in terra straniera è sempre un fatto importante e pieno di conseguenze per chi emigra, per la sua famiglia, per la Patria”.

La prima pagina di avvertenze per l’emigrante italiano

“L’emigrante consideri questo fatto con molta ponderazione”. Sono le parole che introducono la lista di consigli che segue. Il messaggio, implicito, è chiaro: l’emigrazione presenta numerose insidie, non è positiva e sarebbe meglio evitarla. Perché l’Italia è la propria Patria, e abbandonarla è un gesto estremo da non prendere alla leggera. Dell’idea di speranza, di lancio verso l’ignoto alla ricerca di una vita migliore, non vi è alcuna traccia, nascosta sotto il tentativo di mettere in guardia, di rendere sospettosi, di dissuadere da questa scelta.

Anche il resto delle pagine è pervaso da un sentimento patriottico, mirato a gettare ombre sull’emigrazione; e, in particolare, a istruire sulla vita che bisogna tenere, per evitare di infangare l’immagine del popolo italiano. In territorio straniero, l’emigrante non deve disonorare la Patria: deve trovare un lavoro che non sia umiliante, ma che soprattutto non svilisca il suo essere italiano; deve mantenere uno stile di vita decoroso, preferendo una vita sobria e poco appariscente.

Un piccolo documento, dunque, capace di mostrare, con tutte le precisazioni storiche del caso, un’altra faccia dell’emigrazione. Una testimonianza che sbaraglia il campo delle prospettive classiche sul fenomeno migratorio, aprendo le porte a un dibattito rinnovato, arricchito da nuovi spunti di visione e di riflessione sulla questione.